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Domenica delle Palme

GerMission- Associazione Gesù è risorto
[image:image-0]Oggi è la domenica delle Palme.
Manca una settimana alla Pasqua.
In tutte le Chiese si legge questo brano tratta dal vangelo di Giovanni:

"Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa,
udito che Gesù veniva a Gerusalemme,
prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando:
Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele!" (Gv 12,13)

Gesù aveva resuscitato Lazzaro e la folla
stava acclamando Gesù come Re d'Israele.
Ma Gesù conosceva la trappola del successo effimero.
Sapeva che dietro a quegli applausi fragorosi
si nascondevano sentimenti di opportunismo.

Ecco perché decise di entrare in città su un asinello.
I re entravano trionfanti su un bel cavallo bianco.
Lui decise di dare un segno alla folla adulatrice:
il Re dei re cavalca un asino perché sa.
Sa che quegli applausi e quello sventolio di palme
a breve si trasformeranno in pernacchie e rabbia e odio.
Sa che oggi sono in molti ad applaudirlo,
ma domani lo lasceranno completamente solo.
Sa che non può contare su di loro.
Sa che il parere della folla è mutevole.
Sa che deve fare in fondo la volontà del Padre.
Sa che non deve guardare né a destra né a sinistra,
sa che deve procedere diritto incurante degli applausi.

Questa mattina ho ripensato a un amico
che è andato col Signore qualche anno fa.
Si chiamava Pino e lo conobbi in Toscana.
Un uomo brillante con un passato di successo
come imprenditore aretino dell'oro.

Una ditta importante, soldi, potere e prestigio.
Rincorso da persone che gli chiedevano aiuto:
chi una figlia da sistemare in azienda,
chi voti elettorali per una sfida politica.

Era un uomo felice Pino. Si sentiva importante.
Ogni persona che incrociava per le vie del centro,
lo salutava con deferenza e rispetto.
Era bello crogiolarsi negli applausi.

Poi arrivò il crack finanziario. Improvviso.
Una fornitura d'oro lavorato destinata a New York
non venne pagata come da contratto.
La ditta fallì e cessò di esistere.
Anche Pino cessò di esistere.

Mi raccontava spesso che ora quando passeggiava
per le vie del centro di Arezzo,
erano in molti a cambiare marciapiede
per non incrociarlo, per non salutarlo.

Era caduto in disgrazia: non serviva più.
Gli applausi si erano trasformati in abbandono.
Da persona rincorsa a persona emarginata.
Gli "Alleluja" erano diventati "Crocifiggilo!".

A Pino non stava bene di non contare più niente.
Così come si era fatto lusingare dagli applausi,
ora si lasciava interiormente distruggere
dalla solitudine, dalla disistima, dall'emarginazione.

Il sentirsi dare del "fallito", incrociare lo sguardo
senza pietà di chi lo compativa cinicamente,
era un tarlo che lo divorava dentro,
un cancro che poco a poco lo condusse
alla tomba dove finalmente trovò pace.

Occhio agli applausi, occhio alle labbra adulatrici.
Occhio ai complimenti sperticati.
Ho imparato a indossare l'impermeabile e
lasciare che le parole adulatrici scivolino via da me
come le gocce di pioggia senza bagnarmi.

Non cado nella trappola delle lusinghe,
non cedo alla logica del successo apparente,
non mi fermo ad ascoltare le voci positive:
ringrazio e procedo scrollandomi di dosso tutto.
Lo faccio con le critiche, lo devo fare anche con i consensi.

Tutto può cambiare. Ti sei mai sentito portato
in palmo di mano da qualcuno per poi scoprire che
con la stessa mano girata ti ha schiacciato?
E' bene che sia successo. Hai imparato.

Nel peccato delle labbra sta un'insidia funesta,
ma il giusto sfuggirà a tale afflizione. (Prov 12,13)

Tutto è possibile a chi crede.

Roberto Aita



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